Dopo mezzo secolo, Tago Mago dei CAN sembra ancora provenire dal futuro

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Sistema Critico.

Giunge a mezzo secolo di vita Tago Mago dei CAN, uno degli album più influenti della storia della musica, che ha attraversato generi e superato spazio e tempo. E la sua eredità, ancora oggi, sembra non essersi consumata.

Un doppio album alle origini del kraut-rock

Ideato come singolo LP e divenuto doppio in corso d’opera, Tago Mago contiene alcune delle musiche più suggestive degli anni ’70 che daranno vita a quel filone tedesco eterogeneo e universale che spazia dai Krafwerk ai Neu! e che gli inglesi, forse con un filo di invidia, chiameranno kraut-rock.

Ma l’impatto che i CAN hanno avuto sul mondo della musica non può limitarsi solo a questo episodio. Infatti la band rappresenta uno dei più riusciti esperimenti musicali della storia, che ha saputo attraversare qualsiasi tipo di confine, fino ad essere tuttora non solo un punto di riferimento ma anche una fonte d’ispirazione di musiche a venire.

Figli di Stockhausen

I CAN (in maiuscolo, poi vedremo perché) si formano a Colonia nel 1968 dal sodalizio tra Irmin Schmidt (tastiere) e Holger Czukay (basso), entrambi allievi di Karlheinz Stockhausen. A completare la formazione strumentale ci sono Michael Karoli alla chitarra e Jaki Liebezeit alla batteria. Ciascuno di loro, a proprio modo, darà un contributo fondamentale alla creazione dell’identità della band.

Il loro primo album Monster Movie vede alla voce l’afroamericano Michael Mooney, il quale abbandonerà presto il progetto a causa di problemi psichici. Monster Movie è debitore della psichedelia americana tanto quanto dei Velvet Underground più lisergici: un’ottima prova, ma che ha ancora il sapore di un warm up.

L’incontro con lo sciamano Damo Suzuki

Se Monster Movie si può considerare un prequel dei CAN, la stessa sorte può toccare anche il successivo Soundtracks. Come suggerisce il titolo, si tratta di una raccolta di brani scritti dalla band per diversi film. Un’ottima raccolta, oltretutto, che vede il passaggio di testimone da Mooney al successivo vocalist, che offrirà subito una prova eccellente nel brano Mother Sky: Damo Suzuki.

L’incontro tra Suzuki e i CAN è noto alla cronache: privi di un cantante prima di uno show, i quattro musicisti vedono un vagabondo dai tratti asiatici salmodiare ai lati di una strada. Ne rimangono affascinati al punto di chiedergli se avesse voglia di salire sul palco con loro quella stessa sera. Il resto è storia e getterà le basi del modus operandi dei CAN, in procinto di scrivere Tago Mago.

Inner Space: il cosmo è dentro di te

Tra urla spastiche e movenze schizoidi, Suzuki conquista tutti, tanto da convincere Schmidt, Czukay, Kairoli e Liebezeit a portarlo in studio. Lo studio in questione è un castello nei pressi di Colonia che i CAN hanno chiamato Inner Space. Ed è qui che i cinque si lanceranno completamente in una forma di composizione totalmente free-form, «senza inizio né termine».

Abbandonati i riferimenti psichedelici più palesi, i CAN con Tago Mago abbracciano nuovi stili tra cui l’improvvisazione del jazz e il groove del funk, ma anche blues e musica concreta. Ritmi ipnotici e ripetitivi scandiscono le jam session dai cui nasceranno viaggi cosmici e trip sonori introspettivi: il nome Inner Space non è stato dato per caso.

Tago Mago: luce e oscurità

Dopo quattro mesi di improvvisazioni e registrazioni, nel 1971 i CAN pubblicano Tago Mago. Ideato come un LP singolo, viene esteso, grazie anche all’enorme mole di materiale prodotto, a doppio album.

Estensione non dovuta tanto all’elevato minutaggio, quanto all’intenzione di voler realizzare due dischi ognuno con un’identità propria, seppur facente parte della stessa entità. Tago Mago è un viaggio che dalla luce passa agli abissi oscuri per poi far ritorno in superficie.

Andata: dalla luce al buio

Tago Mago si apre con il folk post-industriale di Paperhouse che cavalcherà anche territori noise su fraseggi che da subito identificheranno la forte intesa tra i cinque. Il brano procede a ritmi frenetici fino a riavvolgersi nel dub molesto di Mushroom, un brano che allora (ma anche oggi) è stato segretamente studiato dalla futura scena wave di fine anni ’70.

Un’esplosione introdurrà il crescente andamento di Oh Yeah, dove su un tappeto ritmico ossessivo fanno da padroni gli scambi tra i vocalizzi di Suzuki e le soluzioni di Karoli. Segue Halleluhwah, il capolavoro dell’album: a un lancio funk del brano seguono 18 minuti di esplorazione sonora tra ritmi ipnotici, suoni tribali, basso singhiozzante, slanci chitarristici e gli assalti selvaggi di Suzuki. In questa prima parte di Tago Mago, i CAN hanno fatto della monotonia una forma d’arte.

Il buio e di nuovo la luce

A un primo disco che ci ha allietato su vaste lande di ritmi e fraseggi, Tago Mago prosegue con una doppietta di profondi abissi sonori: Aumgn e Peaking O. Si tratta di due viaggi introspettivi che ricercano i lati più oscuri e contorti della mente umana, fatti di suoni alienanti ed epilettici, drumming ossessivi e l’utilizzo delle più svariate tecniche da studio.

Già da questi due brani è possibile sentire un’avvisaglia di avanguardia, anticipando quelle che saranno alcune delle sperimentazioni dei Residents (che eleggeranno Peaking O come migliore canzone di sempre) e i suoni sinistri dell’industrial.

Tago Mago si chiude con Bring Me Coffee or Tea, un titolo che sembra la richiesta di chi ha affrontato un viaggio estenuante ma formativo. E il brano si presenta proprio come una ricompensa sonora finale, abbracciando sonorità più distese e psichedeliche, senza mai rinunciare però alle forme libere che ci hanno allietato per più di un’ora.

CAN: Communism, Anarchism, Nihilism

Interrogato una volta sul significato del nome CAN, Czukay rispose: «Communism, Anarchism, Nihilism». La band si rispecchia perfettamente in questo acronimo: «Il successo della musica dei CAN è la totale assenza di ego dei suoi componenti», ha detto recentemente Bobby Gillespie dei Primal Scream, band influenzata fortemente dai tedeschi.

«I loro brani spesso non sembrano avere un particolare significato, ma in questo modo ognuno può costruirne uno proprio. È così che la musica dei CAN dura nel tempo», ha continuato Gillespie, suggerendo una definizione che lo stesso Czukay diede della propria band:

«Questa musica non ha inizio né termine, è lo sgorgare continuo di un punto verso l’infinito, e un’infinita distorsione del tema in uno spazio a mille dimensioni, ove nascono invenzioni ulteriori e ulteriori strati di riverberi».

Tago Mago: un album magico

La musica dei CAN è totale, superiore e libera; allucinata, caotica e pura. È uno stato elevato della mente che con Tago Mago trova la sua massima espressione. La band lo ha definito il suo “album magico”. Espressione curiosa, che ci rimanda alla figura di Aleister Crowley.

Infatti i tedeschi dichiararono di essere rimasti particolarmente affascinati dalle opere dell’occultista, tanto che il nome dell’album, Tago Mago, è un riferimento all’isola ibizenca Tagomago, citata proprio da Crowley.

In realtà, i collegamenti tra CAN e l’occultista finiscono qui, ma non è errato pensare che Tago Mago sia una sorta di rituale magico che si evoca ogni volta che si ascolta. Un viaggio sonoro dove la musica scandisce lo spazio e supera il tempo: la statura di un classico che risuona in eterno sempre uguale a se stesso.

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