Un estintore capace di incendiare

Non ho praticamente memoria del luglio di venti anni fa. Tutto ciò che ricordo sono i servizi dei TG nazionali, che documentavano quei giorni di fuoco a Genova, ma è un rumore di fondo in mezzo a un’infanzia che stava diventando adolescenza e che dei problemi del mondo, ancora, non aveva timore – o co(no)scienza.

Però le parole G8, Genova, no-global e manifestazione, quelle sì, me le ricordo. Me le sono portate appresso come un tatuaggio, che all’apparenza sono solo simboli ma dietro celano un significato. E c’è anche un nome, che è sempre rimasto con me, quasi come fosse un fantasma: quello di Carlo Giuliani.

La morte di Carlo Giuliani, a soli 23 anni, in quella maledetta piazza Alimonda, rimane tuttora un fatto controverso all’interno di un contesto controverso. E lo è perché reso tale da forze esterne. Ma di una cosa sono sempre rimasto convinto, per quanto la retorica di allora (e di oggi) fosse filtrata e ripulita a servizio di un pubblico che di lì a poco avrebbe affrontato l’11 settembre e qualche anno dopo una crisi finanziaria mondiale: che morire a 23 anni non fosse affatto giusto.

Il tempo mi ha portato a prendere conoscenza e coscienza di quelle parole che erano come tatuaggi e di capire meglio perché fossero rimaste lì. La Diaz, il Bolzaneto, la negligenza nella gestione dei black bloc (altro fatto controverso, che in assenza di prove sfioro e basta, anche se non averli fermati alle frontiere e non averne arrestato mezzo mi sembra già abbastanza per trasformarli da minaccia a pretesto) e, appunto, piazza Alimonda diventano un quadro più complesso di quanto potessi immaginare.

Una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente, è come Amnesty International definì i fatti del G8. Un atto di complicità che ha visto Stato e forze dell’ordine infondere la paura come forma di controllo, la violenza legittimata per delegittimare la piazza, ovvero il luogo (simbolico e non) dove la democrazia si manifesta nella sua massima espressione. E forse la democrazia è morta proprio a Genova.

Mentre i grandi del mondo decidevano le sorti del pianeta, di cui oggi ne vediamo gli effetti in ambito climatico, politico ed economico, fuori si consumava il dramma. Un dramma che vedeva forze dell’ordine e piazza come pedine.

«Sei stato tu, con il tuo sasso», grida il questore Lauro dando le spalle al corpo inerme di Giuliani. Ma il sasso non c’entra: Carlo è morto in seguito a un colpo di pistola che gli ha attraversato la testa passando dallo zigomo e dopo che un defender gli è passato sopra il corpo per due volte. Il sasso, lo hanno messo i carabinieri: prima tirandoglielo in testa da già morto, aprendogli la fronte; poi appoggiandolo accanto, per insabbiare la dinamica dell’incidente.

Carlo Giuliani è morto più volte in quei giorni. Clinicamente prima, simbolicamente poi. Perché la giustificazione che venne data per assolvere Placanica, l’autore degli spari, fu quella della minaccia rappresentata da Giuliani. Infatti, ci sono foto che catturato il ragazzo intento a lanciare un estintore contro il defender dei carabinieri. Quello sarebbe il gesto che avrebbe legittimato il ventenne Placanica a sparare i colpi: legittima difesa, dicono.

Ora: non mi soffermerò sul fatto che un ventenne fu messo in servizio quel giorno con un’arma in mano (oggi Placanica è disoccupato, in stato di povertà, dimenticato da colleghi e istituzioni); non mi soffermerò nemmeno sul fatto che Giuliani brandisse un estintore a diversi metri di distanza dal defender; nemmeno sul fatto che le immagini dimostrano che la pistola fosse puntata prima ancora che Carlo raccogliesse l’estintore; nemmeno sul fatto che il defender, lo dice il nome, è fatto apposta per proteggere chi è a bordo; nemmeno sul fatto che fosse acceso (e non spento come hanno detto) e non in potenziale pericolo (ed eventualmente avrebbe potuto darsi alla fuga e non sparare); nemmeno sul fatto che a scatenare gli scontri siano state le forze dell’ordine stesse, in cerca di black bloc, in mezzo a manifestanti pacifici; nemmeno sul fatto che, se dalla parte del giusto, non ci sarebbe stato il bisogno di spaccare la faccia con una pietra a un ragazzo già morto. Questo non è un match che si vince ai punti – anche se tra le centraline di comunicazione i carabinieri esultavano: «1-0 per noi!». L’incontro lo ha vinto chi voleva che quell’estintore diventasse un motivo per incendiare le persone e spegnere le piazze.

Però delle cose vanno dette: gli scontri erano voluti, i black bloc erano un pretesto e il morto uno spauracchio per evitare che il dissenso potesse ripetersi in futuro. Se il colpevole è lo Stato, le vittime sono due. Ma la verità sta nel mezzo e il coltello di manico ne ha solo uno. E a rimetterci è sempre chi cerca di fuggire dall’oppressione.

Quando ripenso a questo fatto e quando vedo una qualsiasi manifestazione sfociare in violenza penso sempre a un famoso discorso di Angela Davis: «Mi chiedi se approvo la violenza? Per me questo non ha alcun senso. Sono cresciuta a Birmingham, Alabama e alcuni dei miei amici sono rimasti uccisi dalle bombe piazzate dai razzisti. Ricordo la nostra casa tremare dalle esplosioni. Mio padre teneva sempre delle pistole in casa, perché in qualsiasi momento potevamo essere attaccati e uccisi da qualcuno. Trovo incredibile ogni volta che qualcuno mi chiede un’opinione sulla violenza, perché significa che non ha idea di cosa abbiano passato le persone di colore».

Il parallelismo con Angela Davis può sembrare azzardato per la causa razziale del suo pensiero, ma il razzismo fa parte di quelle discriminanti delle minorità sociali nelle quali più o meno tutt* siamo coinvolt*. Puoi essere bianc*, etero, maschio: se non fai parte di quell’1%, sei parte della lotta.

Ma cosa ci portiamo dietro, vent’anni dopo, del G8?

Le battaglie legali sono un discorso a parte che riguardano un sistema di codici e leggi che da un lato dà ragione ai manifestanti (la maggior parte dei fermati sono stati rilasciati e assolti) e dall’altro non ammette le colpe (ancora oggi alcuni autori del massacro alla Diaz cercano il ricorso). Al di là delle sentenze, a perderci siamo stati noi.

Lo spettro di G8 infesta i nostri pensieri ogni qualvolta pensiamo di manifestare il nostro dissenso: non vogliamo un’altra Genova, non vogliamo un altro morto, meglio restare a casa. E se pensiamo ai fatti che sono susseguiti (crisi economiche, ambientali, sociali, sanitarie, pubbliche ecc.) e le reazioni (fondamentalmente, nessuna), l’operazione del G8 ha colpito nel bersaglio con la filosofia del rompere qualche uova per fare la frittata.

Per citare Arianna Subri, studentessa ai tempi dei fatti al Bolzaneto, fermata senza motivo: «In quel momento ho capito che per quanto cercassi di spiegarmi, non avevo più alcun potere su me stessa». Questa è la sensazione diffusa a vent’anni di distanza. Per quanto oggi i motivi di quelle manifestazioni non erano soltanto giusti, ma addirittura necessari.

Il pensiero che quegli ideali ancora oggi vivano è rassicurante, ma la sensazione di sentirci dentro una prigione è opprimente e reale. Non basta essere vivi per chiamarla vita.

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