Una sconfitta che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo

Parto subito col disclaimer, così da togliere qualsiasi dubbio: quello che Fedez ha detto sul palco del Primo Maggio è sacrosanto, giusto e condivisibile. Ciò che segue non è dunque una critica disfattista ma una critica di analisi, strutturale, di dimensione e ridimensione su ciò che ruota attorno al discorso di Fedez.

Breve riassunto della vicenda: il rapper milanese sale sul palco del Concertone e legge un breve discorso dove critica Mario (Draghi) in difesa dei lavoratori (dello spettacolo) e successivamente dà ampio sfogo, in un atto di attivismo performativo, a una serie di attacchi ad esponenti leghisti che si sono schierati contro il DDL Zan, citando alcune dichiarazioni pubbliche degli stessi dove riversano odio transomofobico – la frase più d’effetto citata è stata quella del consigliere che ha detto che “se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno”.

La bufera attorno a questo atto si è scatenata su più fronti. Il primo: a detta di Fedez, il testo del suo discorso voleva essere censurato dalla Rai, il che ha provocato ulteriori polemiche. Tale censura sarebbe testimoniata anche da un video registrato dallo stesso Fedez in contatto telefonico con i dirigenti Rai e diffuso via social in maniera ridotta e montata.

In una versione più estesa del video, però, si può notare come maggior parte della telefonata sia stata con i dirigenti di iCompany, che sarebbero i veri organizzatori del Concertone. Infatti la Rai si occupa solo di acquisire i diritti per la diffusione, mentre i sindacati, come sempre, hanno un ruolo marginale nella vicenda. Ciò non attenua le responsabilità sul tentativo di censura da parte dei dirigenti Rai, ma quantomeno le ridimensiona: nel video montato da Fedez (o da chi per lui) si fa riferimento a un “sistema” entro il quale “non sarebbe opportuno” pronunciare quel discorso, ma ciò a cui i dirigenti fanno riferimento non è una questione lobbystica ma di contestualizzazione di un discorso che avrebbe richiesto un contraddittorio per essere consentito. Come sia andata poi è storia nota.

Il secondo fronte è quello del contesto in cui è avvenuto tale discorso: cosa c’entrano i temi civili in un evento musicale dedicato a quelli sociali dei lavoratori? Sarò più breve: il fatto che il contesto non fosse consono, lo rende perfettamente consono. Idem l’eventuale trasgressione di qualsiasi censura. Che atto di protesta sarebbe, altrimenti, se fossero tutti d’accordo?

Non so dei vostri buoni propositi perché non mi riguardano

Al di là dei fronti d’attacco strutturali e faziosi, tutti improvvisamente ci siamo ritrovati uniti: Fedez ha ragione! Ciò che però mi sono domandato è stato: perché ci ritroviamo d’accordo solo ora?

Il DDL Zan, ma anche tutti quei discorsi che concernono l’identità sessuale e di genere e i diritti ad essi collegati, sono tematiche sul tavolo degli attivisti e della comunità LGBTQI+ da anni, se non da sempre. Idem a livello politico nella sinistra non considerata a livello mediatico. Perché non sono mai stati calcolati? Perché non ci siamo mai ritrovati in questa posizione unitaria e decisa ben prima del primo maggio 2021?

Una cosa simile accadde con una conferenza stampa dell’allora premier Giuseppe Conte durante il primo lockdown: tra un governo che non lavora col favore delle tenebre e un tumulto nel sentirsi costretto a dover fare nomi e cognomi di alcuni ostacoli governativi, Conte sostanzialmente dice che Salvini e la Meloni sono due merde. 92 minuti di applausi.

Che Salvini e la Meloni siano due merde è palese a chiunque abbia un minimo a cuore diritti civili e sociali, ed è stato fatto notare trasversalmente da qualsiasi rappresentante di classe sociale. Ma perché solo con Conte abbiamo detto all’unanimità che è vero, ha ragione?

Una risposta molto facile, sia per Fedez che per Conte, è che hanno entrambi molta più visibilità mediatica; e che un sussulto nel vuoto pneumatico della sinistra istituzionale (leggasi PD & Co.) diventa un boato. Ma non ha un che di grottesco questo ragionamento? Non è macchinoso e distorto?

Un’argomentazione ha valore in base a chi la imbraccia o in base a quanti la invocano? Questo stesso meccanismo, lo trovereste giusto a parti inverse, quando i rappresentanti fanno argomentazioni xenofobe, misogine e razziste?

La risposta è chiaramente no, perché è ciò che gli antagonisti hanno sempre fatto per accentrare il potere ai potenti. Un esempio, per rimanere nell’attualità, sono le sacrosante critiche volte a Pio e Amedeo, autoeletti a paladini del politicamente scorretto per fare gli interessi e rafforzare le posizioni di chi già detiene il potere e vuole tenerselo stretto, invocando finte minacce a scopo preventivo. Un po’ come fece Berlusconi coi comunisti.

Esiste una sconfitta pari al venire corroso, che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo

A inizio aprile un operaio dell’Ancelormittal è stato licenziato per aver pubblicato un post su Facebook dove invitava a vedere la fiction dedicata alla realtà di Taranto.

In occasione del 25 aprile, un rider di WineDelivery ha stracciato in faccia a un cliente un biglietto che avrebbe dovuto allegare alla sua consegna, contenente inneggiamenti al fascismo: licenziato per condotta scorretta sul posto di lavoro.

Fedez, Conte, Pio e Amedeo sono tutti stati appellati, dai rispettivi sostenitori, come coraggiosi. Scomodo la prima definizione di “coraggio” che Google mi offre: forza d’animo connaturata, o confortata dall’altrui esempio, che permette di affrontare, dominare, subire situazioni scabrose, difficili, avvilenti, e anche la morte, senza rinunciare alla dimostrazione dei più nobili attributi della natura umana.

Ora, senza seguire alla lettera la definizione, mi sembra abbastanza chiaro che né Fedez, né Conte, né Pio e Amedeo abbiano corso alcun rischio in quello che hanno fatto. Partendo da questi ultimi: il duo comico (la cui riuscita è tutta da vedere) hanno dedicato l’ultima serata del loro show Felicissima Sera in onda su Mediaset alla questione del politicamente corretto che, a detta loro, opprimerebbe la libertà d’espressione. E per controbattere questa scura nube di oppressione, i due, avrebbero detto durante la puntata “tutte le parole che non si possono dire in tv, tra cui n*gr*, fr*ci* ecc”.

I due sarebbero convenuti che in queste parole non c’è nessuna offesa se l’intenzione non è offensiva. Questo tipo di argomentazione lascia il tempo che trova, se non addirittura imbarazzante. Ma il punto è un altro: questo loro gesto di libertà non ha nulla di coraggioso se non per rafforzare la posizione di chi questi termini li usa, appunto, per discriminare.

Se avessero avuto davvero coraggio, nel dire parole che in tv non si possono dire, avrebbero dovuto tirare un bel bestemmione. Hanno preferito leccare lo stivale al padrone, proprio perché così facendo non avevano nulla da perdere.

Passiamo a Fedez: sale sul palco del Primo Maggio, dice quello che dice e lo dice anche bene. Fa la cosa giusta. Ma di coraggio, anche qui, ce n’è ben poco.

La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere

Luana D’Orazio muore a 22 anni durante il suo turno in fabbrica, incastrata nel macchinario con il quale stava lavorando: lascia un bimbo di 5 anni.

Fedez ha un contratto con Amazon, di cui ne è testimonial. Di quanto sia maligno Amazon ne ho già parlato qui e qui e non mi dilungherei più di troppo. Ma è bene ricordarvi che i lavoratori Amazon si ritrovano in condizioni disumane.

Chiara Ferragni, moglie di Fedez, è invece testimonial di AIA. Cosa faccia AIA con gli animali lo lascio qui. Chiara Ferragni si è anche fatta ritrarre con la maglietta “eat veggie food”, nonostante non sia vegana.

Sia Fedez che Chiara Ferragni si sono fatti promotori dei diritti civili e hanno dato un enorme contributo a far scalare il DDL Zan tra le priorità delle agende mediatiche e politiche. E di questo gli va dato merito. Hanno fatto la cosa giusta. Ma quando si parla di coraggio, invece, non è il caso di identificarvi la coppia.

Fedez sul palco del Primo Maggio ha fatto un discorso giustissimo e di rottura del contesto che ha portato ad ulteriore risonanza. Ma si trattava sempre del palco del Primo Maggio, la festa dei lavoratori (e non del lavoro). Coraggioso sarebbe stato elencare pubblicamente le condizioni lavorative a cui sono costretti i lavoratori Amazon. Mettere a “repentaglio” la propria posizione per un bene superiore, diffuso. “Repentaglio”, tra virgolette, perché Fedez e Ferragni sono titolari di loro stessi, e non li licenzia nessuno. E non sarà né Amazon né AIA a ridurli in povertà.

In seguito al Primo Maggio, un’analisi interessante è stata fatta da Serena Mazzini nelle sue storie Instagram, che hanno attratto anche l’attenzione di Selvaggia Lucarelli, che ha deciso di intervistarla. Serena Mazzini lavora come media manager per diversi grandi brand, ma non si è mai risparmiata da lotte sociali e civili. “Ferragni è una lavorista in mezzo a trentenni precari che non arrivano a fine mese”, dice senza indulgenza.

Ciò che Mazzini dice è che l’attivismo performatico di Fedez e Ferragni non fa altro che parte di una strategia di mercato. Un’indagine ha detto loro che diritti civili, green e vegan sono i temi più popolari tra i giovani e lì hanno deciso di investire.

Qui, al minuto 32.30, potete sentire l’intervento di Mazzini su Radio Capital dove spiega meglio la sua analisi. Cita, a buona ragione, il realismo capitalista di Fisher, che dice che il capitalismo è in grado di inglobare e mercificare qualsiasi lotta – civile, ambientale ecc. – ma non la lotta di classe, che resta sempre esclusa da qualsiasi discorso. Emarginata e quindi non considerata.

Il coraggio mancato di Fedez e Ferragni non è altro che privilegio di classe, non timore delle conseguenze. Le lotte sociali sono sempre escluse dal dibattito semplicemente perché i lavoristi liberali – come Ferragni e Fedez – non le vogliono. Per lavarsi la coscienza da questo, dice Mazzini, fanno social washing, ovvero restituiscono tramite i social una loro immagine ripulita da qualsiasi aberrante realtà. Il realismo che sopprime il reale.

La maglietta pro vegan che vince sulla sponsorizzazione di AIA. Le donazioni benefiche che con un colpo di spugna cancellano un mancato sostegno all’introduzione della patrimoniale, a un qualsiasi discorso di ridistribuzione della ricchezza, a un qualsiasi discorso sulla situazione lavorativa generale. Fedez e Ferragni subiscono ciò che qualsiasi individuo subisce in età tardocapitalista: la dipendenza da lavoro salariato. Solo che loro sono nella posizione di permettersi di osare, gli altri no.

Sempre per citare Fisher: se a livelli proletari il lavoro è una dipendenza per sopravvivere, a livelli borghesi è una dipendenza pari a una droga.

Mazzini nel suo intervento a Radio Capital mette in fila un ragionamento perfetto per cui tra Fedez, Ferragni e un qualsiasi esponente di destra, non c’è alcuna differenza di metodo. Ognuno opera per il proprio tornaconto e non per un benessere diffuso.

Quando sembra arrivato il momento di introdurre concetti come quello del reddito universale e della piena automazione, Lucarelli pone un’ultima domanda, esortando a una risposta celere. “Serena, se dovessi dire un tema sul quale buttarsi e che è pronto ad esplodere, cosa suggeriresti a chi ci ascolta?”. La lotta come brand da vendere, non come principio da perseguire. Sipario.

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